Targa in ricordo della scorta di Aldo Moro

 
 

Riproponiamo il discorso del sindaco di Vasto Francesco Menna, per la posa di una targa a ricordo del sacrificio degli uomini della scorta di Aldo Moro.

Desidero, anzitutto, ringraziare i presenti. Le autorità civili, militari, il carissimo Don Gianfranco, i componenti delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma cittadine ed ospiti della vicina Guglionesi, terra natale di Giulio Rivera e, i rappresentanti del mondo della scuola ed i cittadini tutti.

Non nascondo una nota di emozione nell’aprire, con questa sentita e doverosa cerimonia istituzionale, il ciclo di eventi che l’Amministrazione Comunale ha inteso promuovere in occasione del quarantesimo anniversario del rapimento e dell’uccisione dell’Onorevole Aldo Moro.

Non si tratta, pertanto, di una scelta casuale aver voluto dedicare questo primo momento alla scorta del Presidente, barbaramente trucidata in quella mattina, in Via Fani. Il maresciallo maggiore Oreste Leonardi, il Vicebrigadiere Francesco Zizzi, l’appuntato Domenico Ricci e le guardie Raffaele Iozzino e Giulio Rivera, non sono semplici comparse in questa tragica ed assurda storia di violenza, ma, al contrario, il loro sacrificio costituisce il punto di partenza di un disegno criminale, mai pienamente compreso, che aveva, quale obiettivo fondamentale, il ricatto e, quindi, il rovesciamento del sistema istituzionale del nostro Paese.

Quei 55 interminabili giorni, in cui l’Italia intera rimase con il fiato sospeso per la sorte del popolare statista sequestrato, restano indelebili nel ricordo di quanti li hanno vissuti.

Senza timore di incorrere in inopportuni giudizi storici, possiamo, a ragione, dire che la nostra Repubblica, il 16 marzo 1978, entrò nella sua agonia, che, per tanti versi dura ancora oggi.

Il “caso Moro” ha rappresentato, in questo senso, uno spartiacque, tragico e sconvolgente, di cui è possibile, e doveroso, individuare un prima ed un dopo: un prima, ricco di contraddizioni nel quale, tuttavia, era nato e si era consolidato, un sistema democratico risorto dalle ceneri del fascismo e di una guerra spaventosa; e un dopo, in cui sarebbe stato impossibile ricucire un tessuto civile, sociale, morale e politico in cui riconoscersi.

E la più stretta attualità è qui a dirci come questo “dopo” è lo stato di incertezza in cui siamo immersi.

Rispetto a quanto avvenne, siamo sempre troppo tentati – lo ricordava il figlio Giovanni Moro, in un’intervista pochi giorni fa – di vestire i panni dell’investigatore, che faticosamente riesce a districarsi nel groviglio di verità giudiziarie, celate responsabilità e presunte teorie complottistiche, piuttosto che sfruttare appuntamenti della memoria, come questo, per significare, sinceramente, il valore umano aggiunto che Aldo Moro portò in dote all’Italia del dopoguerra e al presente, e al futuro, del nostro Paese.

“La vita di un uomo, per quanto potente possa essere, è sempre, costantemente, attirata da un inspiegabile bisogno di saziarsi di normalità. E la normalità è la dimensione del senso, della verità e, quindi, dell’eternità stessa di un’esistenza”.

Queste parole riassumono pienamente tutta la forza visionaria che animava la vocazione politica di Aldo Moro. Un “politico per bisogno” – come lui stesso amava definirsi – fortemente radicato nell’impronta culturale del cristianesimo democratico, animato da una passione civile da cui non seppe distaccarsi, neppure quando ritenne che fosse giunto il momento di dedicarsi prioritariamente all’insegnamento universitario, ai suoi giovani che, davvero, furono per lui i principali destinatari del suo messaggio.

Tutto possiamo dire di Moro, tranne che fosse un pensatore o idealizzatore della realtà: al contrario, aveva i piedi ben saldi nel

presente cui apparteneva; un presente che andava mutando con sempre maggiore intensità, ma nel quale egli sapeva scorgere, sempre, tutte le inespresse, ma concrete, potenzialità.

Sapeva, Moro, che dovere – e possibilità – della democrazia è interpretare la società.

Non rinunciò mai ad affidare alla politica il compito di indicare mete collettive, di guidare processi di innovazione, di abbattere gli steccati della contrapposizione e dell’odio. Proprio per questo gli appariva irrinunciabile la “comune esigenza all’ascolto”, il bisogno di intendere la complessità dei problemi e delle vicende.

Per questo la sua visione era l’esatto contrario di concezioni conservatrici. Lo animava una forte spinta al progresso umano positivo: nel sistema politico, nella definizione di nuove opportunità nella società, con la stagione delle riforme.

Pochi altri uomini seppero, come lui, segnare così in profondità il carattere della nostra democrazia. La commossa partecipazione di un Paese intero alla sorte di uno dei suoi figli “più miti e generosi”, è un bagaglio di civiltà che i nostri giovani devono conoscere e tramandare.

Infine, mi sia consentito tornare brevemente sul sacrificio di questi agenti della scorta che, ora, con lo scoprimento di questa targa, abbiamo voluto consegnare alla memoria collettiva della nostra città, nel dodicesimo Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo, istituito dal Parlamento italiano nell’odierno anniversario delle uccisioni di Aldo Moro e di Peppino Impastato. Questi cinque agenti sono solo alcuni di una lista, purtroppo, molto più corposa di uomini dello Stato che hanno sacrificato la loro stessa vita per la difesa delle Istituzioni e del nostro vivere democratico.

Insieme alle loro famiglie – che oggi saranno ricevute dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Quirinale – non smettiamo di anelare al bisogno di una verità storica, pienamente compiuta.

Ma solo questo sarà il nostro compito?
No.
Cercheremo un’altra verità, quella di cui Aldo Moro scrisse al suo portavoce, il

deputato Riccardo Misasi, in una delle sue ultime lettere dal cosiddetto “carcere del popolo” e mai consegnate. In un estremo appello al suo partito, che, negando una trattativa, lo condannava alla morte, si appellava ad “uno sforzo di riflessione in spirito di verità”. “Perché la verità, cari amici, è più grande di qualsiasi tornaconto. Datemi da una parte un milione di voti e toglietemi dall’altra parte un atomo di verità, ed io sarò comunque perdente. Lo so che le elezioni pesano in relazione alla limpidità ed obiettività dei giudizi che il politico è chiamato a formulare. Ma la verità è la verità”.

Ripensare Aldo Moro e la sua intera esistenza, ripensare alle vite tragicamente spezzate degli agenti della sua scorta, costituisce, oggi, un atto di vera libertà, una vittoria contro la cieca violenza terroristica, un risarcimento all’intero Paese.