Fausto Molino, anestesista di origini vastesi, nell’emergenza lombarda

 
 

La pandemia da coronavirus ha scritto molte pagine dolorose nella storia dei cittadini del nostro Bel Paese e non solo, ma tra lacrime e dolore ci sono altre pagine che resteranno indelebili, e sono quelle scritte da chi per settimane è stato in trincea a reggere il fronte. Tra le tante storie di vita raccontate in questi tre mesi vi è anche quella di un medico di origini vastesi, il Dr. Fausto Maria Molino, anestesista e rianimatore in pensione che, però, ha deciso di tornare in attività per aiutare i colleghi a fronteggiare le conseguenze del dilagare della diffusione del Covid-19.
Molino, 67 anni, ha vissuto la sua adolescenza a Vasto dove ha frequentato il Liceo-Ginnasio ‘L. V. Pudente’ prima di indirizzare la sua vita verso gli studi che lo porteranno a laurearsi in Medicina e Chirurgia e, poi, a specializzarsi in Anestesia e Rianimazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, la città che è diventata la culla del suo lavoro e della sua famiglia.
A Vasto Fausto, fiero di ricordare il soprannome della sua famiglia che è Capefuche, ha lasciato amici e ricordi, ma soprattutto la sua cara mamma di 95 anni Luciana e due dei suoi fratelli. Stimato professionista ha dedicato molte occasioni e molto tempo anche alle attività di volontariato medico in Afghanistan, con Operation Smile, nella campagna per correggere il labbro leporino, in Etiopia, per la chirurgia del gozzo endemico e in Benin. Ed anche in questa occasione la sua propensione ad aiutare gli altri, a difendere la vita lo ha portato a lasciare gli agi della sua pensione per indossare camice, guanti e mascherina ad oltre 600 km da casa.
E sì, perché dal 6 aprile al 20 maggio, scorso ha messo a disposizione la sua professionalità presso l’ospedale civile di Vigevano, il secondo comune più colpito dall’epidemia nella provincia di Pavia che ha superato i 5200 contagi. Un’avventura iniziata grazie all’amicizia della sua signora Maria Teresa con il Dr. Livio Carnevale, primario di Rianimazione a Vigevano, che interpellato sull’eventuale bisogno di aiuto ha risposto immediatamente con un sì.
Con il Dr. Molino, quasi 40 anni di esperienza nella rianimazione, abbiamo voluto toccare con mano il significato reale di questa pandemia.
Perché ha deciso di partire e di andare in Lombardia, che ancora oggi rappresenta l’area con il maggior numero di nuovi casi e, purtroppo, di decessi in Italia? Perché sono un anestesista rianimatore ed era questa la professionalità più richiesta anche dalla Protezione Civile durante l’emergenza. I problemi respiratori, d’altronde, erano quelli di maggiore importanza ed è per questo che vi era tanta richiesta di rianimatori ed io non potevo tirarmi indietro. E poi, essendo libero e indipendente, avevo la possibilità di fare quella scelta e mi è parso ovvio farla.
In famiglia come hanno preso la sua decisione di andare? Per una decina di giorni ne abbiamo parlato e c’erano diverse perplessità, visti i rischi da correre. Poi, alla fine, quando è giunta la chiamata di Livio, anche mia moglie si è convinta e sono partito.

Quale situazione ha trovato? Ho trovato una situazione drammatica. Basti pensare che avevano raddoppiato i posti letto per la rianimazione e avevano unificato diversi reparti per costituire tre grandi aree adibite a fronteggiare l’emergenza Covid-19. Erano 100-120 i pazienti ricoverati per Covid in un ospedale piccolo come quello di Vigevano, quasi tutti gravi o molto gravi se non terminali e continuavano ad arrivare pazienti. Per fortuna da quando sono arrivato a quando sono andato via le curve dell’emergenza hanno mostrato il miglioramento che ormai è sotto gli occhi di tutti.
Che esperienza è stata? È stata una esperienza drammatica in primis dal punto di vista umano. Pensi a quelle persone che hanno visto un congiunto andare via in ambulanza e, poi, non hanno potuto più averci alcun contatto e alla fine lo hanno perso senza neppure poter assistere al funerale. Una situazione umanamente coinvolgente, commovente e davvero pesante da sopportare anche per noi sanitari. Ho visto una famiglia decimata con un solo componente che è riuscito a salvarsi. È stata drammatica anche dal punto di vista professionale, perché questa epidemia è del tutto particolare in quanto il virus si manifesta in modi diversi e peculiari e cercare di salvare i pazienti affetti da Covid-19 ha significato anche cercare continuamente di migliorare ed affinare l’approccio terapeutico. È stato difficile trovare una soluzione per ogni caso. Una epidemia che ha messo alla prova anche la parte decisionale della componente medica oltreché logistica con una massa di malati che arrivavano tutti insieme cui bisognava garantire la giusta assistenza. Una esperienza che ha fatto risaltare la professionalità di medici e infermieri che, nonostante fossero gravati dall’impegno e da turni massacranti, sono sempre stati pronti a mettersi a disposizione, ma ci ha anche fatto capire il limite delle nostre capacità.
Secondo lei c’è qualcosa che non ha funzionato e/o avrebbe potuto funzionare meglio? Come si fa a dire o fare meglio se non sai cosa stai affrontando? In tempi brevissimi abbiamo dovuto imparare a rimodulare quelle che erano le nostre abitudini nell’emergenza. Ognuno ha cercato di fare quello che riteneva meglio rispetto alle conoscenze che venivano man mano acquisite.
Oggi la situazione emergenziale sembra essere passata. Secondo lei è davvero così e cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro? Se si verificano le curve virologiche di altri Paesi si può notare come in alcuni di essi, vedasi l’Iran, sta tornando a salire il numero di casi. Secondo me noi non siamo fuori dall’emergenza. Si è esaurita la fase acuta, ma vi è il rischio che, uscendo dal lockdown con superficialità, si possano verificare piccole sacche prima e, poi, nuove ondate. Ma questo nessuno lo sa, per cui bisogna stare attenti e continuare ad usare gli accorgimenti suggeriti, mascherine, distanziamento sociale, comportamenti che ci permettono di salvarci da una nuova epidemia acuta fino a quando non si trovino un vaccino o una cura. Ho l’impressione, però, che si tenda a sottostimare questi rischi.
Se dovessimo raccontare questa pandemia in Italia con delle immagini probabilmente ricorderemmo le bare di Bergamo, il neonato con il pannolino e la scritta andrà tutto bene, l’infermiera distrutta dalla fatica crollata su una scrivania. Se lei dovesse raccontare la sua esperienza con delle immagini? In realtà io ne avrei quattro: i corridoi e le corsie piene di gente bardata; i malati rinchiusi dentro il casco come dentro una bolla, come se fossero i pesci rossi del libro di Marco Venturino (‘Come sognano i pesci rossi’, ndr), e che dentro quel casco hanno esalato l’ultimo respiro; le lacrime di una persona che ha perso il padre e la madre e ci ringrazia per averla salvata dicendoci ‘adesso mi devo ricostruire una vita, ma grazie a voi posso farlo!’; un medico palestinese del 118 che è stato davvero male, ha rischiato di non farcela, e che alla fine della sua malattia vedevi sempre attaccato al telefono a parlare in arabo con amici e parenti.
In conclusione, è una esperienza che rifarebbe? Se ci fosse ancora bisogno, e speriamo che non ce ne sia, ovviamente si.